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Intelligenza artificiale e sovranità del dato.

MANIFESTO

Ne siamo ormai sommersi. È una disciplina con cui si costruiscono sistemi capaci di svolgere compiti che, se li facesse un essere umano, richiederebbero intelligenza: riconoscere, prevedere, tradurre, decidere, generare. Sembra già ovunque. Non lo è ancora del tutto, ma manca poco.

E può entrare nelle nostre vite in due modi. Possiamo esserne travolti, oppure possiamo accoglierla con metodo, rigore e disciplina. La differenza è tutta qui.

Per capire davvero di cosa stiamo parlando serve un metro di paragone. A quale grande scoperta accostereste l'intelligenza artificiale? La macchina a vapore, internet, la rivoluzione industriale: risposte valide. Ma noi ci troviamo più in linea con chi la riporta a qualcosa che sta molto più indietro, nella preistoria: la scoperta del fuoco.

Il fuoco ci ha protetti: sicurezza, riparo, difesa dalle avversità. Ma soprattutto ci ha permesso di cuocere il cibo, e quindi di masticarlo meno. Si ipotizza che proprio questo abbia ridotto la nostra struttura mandibolare, lasciando spazio alla scatola cranica e al cervello: un vero potenziamento biologico dell'uomo.

Oggi noi crediamo di ritrovarci nella stessa situazione. Davanti a un fuoco che promette una rivoluzione: un potenziamento cognitivo non banale, un prolungamento delle nostre capacità. È tutto molto affascinante, ma non privo di rischi.

Il primo è la privatizzazione. Non possiamo lasciare che lo strumento più democratico mai inventato dall'uomo finisca nelle mani di quattro o cinque grandi aziende, i cui server e le cui regole stanno oltreoceano. Quando usiamo questi strumenti e gli affidiamo i nostri dati, stiamo pagando per regalare quei dati a qualcuno che, con essi, farà più o meno ciò che vuole.

Certo, ci sono i termini e le condizioni. Qualcuno vi promette persino di cancellare tutto dopo trenta giorni. Ma in quei trenta giorni, che fine fanno i vostri dati? Dove vanno, come vengono elaborati, da chi, con quale scopo?

Sul singolo, forse, non salta all'occhio. Ma quando si parla di tessuto sociale cambia tutto: pubblica amministrazione, piccole e grandi imprese, privati. Immaginate che tutte le aziende italiane lavorino su un'AI generalista straniera. Quei fornitori si ritroverebbero un'immagine dell'economia del Paese più nitida di quella che ha il Paese stesso. In un mondo in cui l'intelligenza artificiale diventa infrastruttura di base della società, questo non può succedere.

È una questione di appartenenza, di sovranità e di prossimità del dato. È lo stesso motivo per cui non lasciate le chiavi di casa al bar: non vorreste che qualcuno entrasse. Eppure è esattamente ciò che stiamo facendo, lasciando a chi governa questa tecnologia, lontano da qui, l'interruttore di quello che sta diventando un sistema nervoso collettivo.

Lasciate che vi raccontiamo cosa succede quando la prossimità e la sovranità dei nostri dati, o degli strumenti, non sono più nostre. E non è teoria: è già accaduto. Il 12 giugno 2026 è il governo degli Stati Uniti, con il suo Dipartimento del Commercio, a ordinare ad Anthropic di sospendere l'accesso ai suoi due modelli più potenti per ogni cittadino non statunitense, in nome della sicurezza nazionale. Per obbedire, l'azienda avrebbe dovuto controllare la nazionalità di ogni singolo utente, uno per uno. Impossibile farlo davvero. E allora ha spento tutto, per tutti. Da un giorno all'altro, le imprese fuori dagli Stati Uniti che su quei modelli avevano costruito il proprio lavoro se lo sono ritrovato spento tra le mani.

Ora fermatevi un istante. Immaginate che non sia un'azienda di software, ma la vostra banca. Un ospedale. Lo sportello delle poste, l'Agenzia delle Entrate. E che qualcuno, dall'altra parte del mondo, possa decidere per voi: on, off. Il giorno prima serviva a lavorare, il giorno dopo non c'è più. È giusto? Secondo noi non lo è. E non possiamo permettercelo.

Attenzione: non stiamo demonizzando gli strumenti, che di per sé sono neutri. Noi per primi li usiamo ogni giorno, e li troviamo straordinari. Il punto non è diffidare, è non dipendere: prendere il meglio da ciò che offrono e, dove si può, tenere il lavoro in casa.

Noi siamo qui per dire che dobbiamo sensibilizzarci, oggi. Perché l'attenzione che mettiamo adesso è ciò che, fra dieci anni, ci renderà un Paese in linea con la tecnologia e non dipendente da altri: sovrano, vicino ai propri dati, gestiti su suolo italiano, con la sicurezza e la privacy che meritano.

Ed è proprio per questo che noi di GenAct lavoriamo così: riservatezza del dato, prudenza massima nella scelta degli strumenti, e il lavoro in locale prima di tutto, sempre, ogni volta che è possibile. Perché il dato che non si muove è il dato più al sicuro. Punto. E quando il locale non basta, solo ed esclusivamente infrastrutture europee, con il vostro dato che non lascia mai il suolo europeo.

GenAct.